La questione tamaziga e le nuove prospettive nel quadro del processo di integrazione mediterranea
di SALVATORE CONTE
(30 settembre 2009)
Negli ultimi 15 anni, la questione tamaziga, ovvero la questione del popolo indigeno del Nord Africa [1], ha cominciato ad ottenere l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale, anche attraverso il dibattito sui diritti umani negli Stati islamici e sullo sfondo del lento dipanarsi del processo di integrazione mediterranea.
La causa principale di questo considerevole ritardo di attenzione sembra senz’altro doversi imputare alla tipica visione “romano-centrica” della storiografia occidentale, che ha da sempre relegato, sin dai tempi della caduta di Cartagine, la storia del continente africano in un ambito ristretto e fortemente appiattito, dominato dalla superficialità e dall’omologazione nella soggezione all’Occidente.
In estrema sintesi può dirsi che per secoli poco abbia importato se “i non romani”, “i non occidentali”, fossero stati imazighi o arabi, perché tutti questi omologati nella condizione di popoli assoggettati o da assoggettare.
Tuttavia, a sua volta, non può dirsi esistere una sola anima culturale all’interno dell’Occidente: ve ne sono infatti almeno due. Ed è intorno all’esistenza della sottostante e spesso aspra dialettica, o dicotomia culturale, interna all’Occidente neolatino, che noi insistiamo da tempo con studi a carattere filologico, tesi ad evidenziarne i contorni.
Dunque, almeno per una delle anime culturali dell’Occidente, è importante studiare la storia d’Africa con la stessa attenzione e profondità che vengono solitamente usate per studiare la storia occidentale.
D’altra parte lo stesso movimento amaziga sembra soffrire di un errore di percezione rispetto al proprio passato ed inoltre tende a richiudersi su sé stesso in un atteggiamento meramente nostalgico [2]. Ma non giova lavorare ad una sorta di museo dei ricordi di una Civiltà scomparsa, non giova presentarsi nel segno di un vago folklore, non è bene riprodurre le riserve indiane del Nord America. Gli eredi di un’antica Civiltà hanno invece valori sempre attuali da rinnovare nell’oggi.
Ma quale Civiltà?
Ebbene noi proponiamo questa proporzione quale modello relazionale:
Imazighi : Cartagine = Latini : Roma
Come in tutti i modelli, ampio è il margine di approssimazione, ma come in tutti i modelli, utile è la fissazione della sostanza concettuale.
Infatti, un popolo si caratterizza proprio per la sua capacità di riconoscere quando nella Storia si vengono a determinare atti fatali. Tale fu, a nostro giudizio, l’avvento della Regina Didone sulle sponde di Libia. Tale è il giudizio dei Vati latini. Tale è il giudizio di Apuleio, Massimo Vate amaziga.
Da questo tipo di riconoscimento dipende, a nostro giudizio, il destino del movimento amaziga, inteso come capacità di proseguire un’evoluzione storica avente caratteri propri ed originali.
Lo stesso Phoenician Research Center, di recentissima fondazione, nei suoi atti preliminari ha statuito che “the term Punic denotes Phoenicians of the West and includes those who became Punic by association such as the Berbers or Iberians”.
Non si trattò infatti di una colonizzazione, ma di sinecismo, come stigmatizza Virgilio. Didone ed i suoi fenici non colonizzarono nessuno, né erano in grado di farlo. E tuttavia da questo sinecismo, dal sinecismo con il variegato popolo indigeno del Nord Africa, nacque la più florida Civiltà che la terra africana abbia mai conosciuto, e madre ne fu Didone.
Anche la scrittura tifinagh, essenziale per l’odierna identità tamaziga, fu con ogni probabilità fondata ai tempi di Didone e mutuata per gran parte da quella fenicia, rispetto alla quale presenta evidenti tendenze comuni:
- scarso ricorso a vocali;
- similitudine nei caratteri;
- andamento da destra verso sinistra.
Questo percorso convergente e poi indissolubilmente intrecciato e fatale, si è disteso lungo i secoli passando per le mura di Cartagine erette dalla Regina Didone, per l’Armata cosmopolita di Annibale Barca, per l’iscrizione punica e libica insieme del Mausoleo di Massinissa, per le parole latine di Apuleio, per l’indomabile resistenza femminile della Regina Kahina, fino a riemergere - come un fiume carsico - nelle istanze autonomiste del movimento amaziga di oggi.
È quindi compito delle tamazighe e degli imazighi di oggi quello di far sì che detto fiume non torni ad immergersi tra le rocce sotterranee, ma possa ormai affluire, ricco di elementi, al Mar Mediterraneo, rinnovando quel legame fatale e privilegiato e riportando a tale incubatore di civiltà le proprie radici ed il proprio patrimonio, senza però che si debba tornare a prima dello sbarco di Enea (comune alle Sirti e al Lazio), perché già i latini seppero riconoscere, negli eventi della Storia, la volontà dei Fati, legando indissolubilmente il proprio nome a quello di Roma.
- - - -
[1] La popolazione tamaziga è composta da tamazighe e imazighi.
[2] L’atteggiamento del movimento amaziga appare particolarmente deludente se soltanto si consideri che perfino lo Stato islamico di Tunisia ha dedicato alla Regina Didone, in anni recenti, prestigiose raffigurazioni celebrative in banconote e francobolli emessi dallo Stato (cfr. foto).
Recent comments
12 weeks 2 days ago
19 weeks 1 day ago
26 weeks 3 days ago
26 weeks 3 days ago
27 weeks 1 day ago
31 weeks 5 days ago
40 weeks 3 hours ago
45 weeks 3 hours ago
45 weeks 3 hours ago
45 weeks 4 days ago